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By Senofonte, a cura di Fiorenza Bevilacqua

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Roma, Nottetempo, 2009, octavo brossura con copertina illustrata, pp. 127 con una tavola fotografica nel testo.

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Usa ciascuno gli occhi che ha per vedere ciò che può o che gli consentono, o solo una piccola parte di ciò che desidererebbe, quando non è per semplice opera del caso, come Baltasar che, lavorando al mattatoio, è venuto con gli altri garzoni scaricatori e tagliatori in piazza, a veder arrivare il cardinale don Nuno da Cunha che riceverà il cappello dalle mani del re, lo accompagna l’inviato del papa in una lettiga tutta foderata di velluto cremisi con passamanerie d’oro, dorati anche i pannelli, e riccamente, con le insegne cardinalizie da un lato e, dall’altro, ha un cocchio di tutto rispetto, che dentro non trasporta nessuno, solo il rispetto, e in più una vetrina per lo staffiere e per il segretario particolare ed anche per il cappellano che solleva la coda quando la coda deve essere sollevata, e poi vengono due carrozze castigliane che rovesciano fuori cappellani e paggi, e in testa alla lettiga dodici lacchè, il che, sommando a tutto questo i cocchieri e i lettighieri, è un esercito per servire un solo cardinale, stavamo quasi dimenticando il servitore che se ne va là davanti con la mazza d’argento, si è ricordato a tempo, felice popolo questo, che può permettersi feste simili e scende in piazza per veder sfilare la nobiltà tutta, che prima è andato a casa del cardinale a prenderlo e ora lo sta accompagnando fino al palazzo, dove già Baltasar non può entrare, né vi entrano gli occhi che ha, ma conoscendo noi le arti di Blimunda, immaginiamo che lei sia qui, vedremo il cardinale salire fra ali di guardie ed entrare nell’ultima stanza del padiglioncino, esce il re a riceverlo e lui gli ha dato l’acqua benedetta, e nella stanza seguente s’inginocchia il re su un cuscino di velluto e il cardinale su di un altro, più indietro, dinanzi a un altare riccamente addobbato, dove subito dice messa uno dei cappellani del palazzo, con tutti i cerimoniali, e quando è finita, estrae l’inviato del papa l’editto di nomina e lo consegna al re che lo riceve e lo riconsegna affinché lo legga, perché così stabilisce il protocollo, non perché il re non abbia certi suoi fumi di latinista, dopo di che riceve il re dalle mani dell’inviato del papa il cappello cardinalizio e lo pone sulla testa del cardinale, sopraffatto da cristiana umiltà, è chiaro che sono cariche eccessive perché un poveruomo diventi così intimo di Dio, ma non sono ancora finiti i salamelecchi, prima il cardinale si è recato a cambiare d’abito e ora ricompare tutto di rosso vestito, come è proprio della sua dignità, rientra per parlare al re, questi sotto il baldacchino, per due volte si leva e si mette il cappello, per due volte il re fa lo stesso con il suo copricapo, e alla terza fa quattro passi per riceverlo, infine si coprono entrambi e, seduti, uno più su, l’altro più giù, si scambiano poche parole, sono già state dette, è ora di congedarsi, togli il cappello, metti il cappello, ma di lì il cardinale si reca ancora nella camera della regina dove i convenevoli si ripetono, punto per punto, sinché finalmente scende il cardinale nella cappella dove si canterà il Te Deum laudamus, lodato sia Dio che deve sopportare queste invenzioni.

Arrivando a casa, racconta Baltasar quello che ha visto a Blimunda e dato che sono state annunciate luminarie scendono al Rossio dopo cena, ma le fiaccole sono poche stavolta, o Il vento le ha spente, quel che importa è che il cardinale ha ormai il suo cappello, ci dormirà con quello sul comodino, e se nel bel mezzo della notte si alzerà per contemplarlo senza testimoni, non biasimeremo questo principe della Chiesa, perché tutti siamo uomini dal lato dell’orgoglio, e un cappello da cardinale, che arriva spontaneamente da Roma e fatto all’uopo, se non c’è qui maliziosa sperimentazione della modestia dei grandi è perché, infine, merita completa fiducia la loro umiltà, sono realmente umili se lavano i piedi ai poveri, come ha fatto e farà il cardinale, come hanno fatto e faranno il re e la regina, ora Baltasar ha le scarpe sfondate e i piedi sporchi, prima condizione perché il cardinale o il re gli si inginocchino davanti un giorno con asciugamani di lino, bacili d’argento e acqua di rose, perché Baltasar soddisfi la seconda condizione, che è quella di essere ancora più povero di quanto finora sia riuscito ad essere, e soddisfi la terza e cioè che lo scelgano come virtuoso e cliente della virtù.

A Baltasar lo convinceva il disegno, non aveva bisogno di spiegazioni, per la semplice ragione che non vedendo noi l’uccello di dentro, non sappiamo quello che lo fa volare, eppure quello vola perché, avendo l’uccello forma di uccello, non c’è niente di più semplice, Quando, si limitò a domandare, Ancora non so, rispose il padre, mi manca chi mi aiuti, da solo non posso far tutto e ci sono dei lavori per cui la mia forza non basta. Tacque di nuovo e poi, Vuoi venire tu ad aiutarmi, domandò. Baltasar fece un passo indietro, stupefatto, Io non so niente, sono un uomo dei campi, oltre a questo mi hanno insegnato solo ad ammazzare, e così come mi ritrovo, senza questa mano, Con quella mano e quell’uncino puoi fare tutto quanto vuoi, e ci sono cose che un uncino fa meglio di una mano intera, un uncino non sente dolore se deve fissare un filo e un ferro, non si taglia, né si brucia, e io ti dico che Dio è monco, e ha fatto l’universo.

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Anabasi by Senofonte, a cura di Fiorenza Bevilacqua


by George
4.5

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